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12-13 SETTEMBRE 2003: REPORTAGE DA MONFALCONE

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VENERDI' 12 SETTEMBRE ORE 20.30:
Prima Nazionale dello spettacolo teatrale
"POLVERE"
 SABATO 13 SETTEMBRE ORE 11.00:
Inaugurazione del monumento in
memoria ai caduti d'Amianto
 SABATO 13 SETTEMBRE ORE 21.00:
Spettacolo teatrale "TERRE"
FOTO VARIE

12 SETTEMBRE 2003 - POLVERE
Assemblea Teatro di Torino è una formidabile macchina espressiva, sia per la qualità dei suoi attori, che per l’incredibile efficienza organizzativa.
E’ stata capace di portare il precedente spettacolo nato dalla la prima collaborazione con Massimo Carlotto (“Più di Mille Giovedì”, sul tema dei desaparecidos argentini) in quasi duecento rappresentazioni in Italia e nel mondo.

Sono artisti che arrivano col loro camion, montano luci e scenografie, emozionano la gente e ripartono, portando in giro anche tre produzioni contemporaneamente, mettendo in scena persino due spettacoli differenti in due luoghi distanti nella stessa giornata.

Ma non stupirebbe la quantità del loro lavoro se prima non ci avesse sedotto ed emozionato la qualità.

Come dice lo stesso Massimo Carlotto: “Lavorando in questi anni con Assemblea Teatro ho imparato che il teatro può essere uno strumento formidabile di comunicazione, denuncia e solidarietà. E l'idea di scrivere "Polvere" è nata proprio da questa consapevolezza”.

Questo nuovo sodalizio non poteva nascere sotto migliori auspici: un successo pieno, con oltre cinque minuti di applausi scroscianti, per un opera che dopo soli sette giorni di prove teatrali è riuscita nell’intento più difficile: convincere la gente di Monfalcone, raccontare le ferite davanti a chi il bruciore lo ha nel proprio petto.

E lo spettacolo non fa sconti partendo dalla durezza della locandina: un ingrandimento di un fiore di carne malato, un cancro ai polmoni pieno di fibre d’amianto. A prima vista sembra un sole cattivo, percorso da un vento nucleare.
interpreti
Marco PEJROLO
Giovanni BONI
Laura FOGAGNOLO

musiche
Matteo CURALLO

scene e costumi
Livio GIRIVETTO


regia
Lino SPADARO
La durezza poi rimbomba nelle parole dell’autore che in questo spettacolo rovescia il punto di vista: non ci sono operai malati in scena, non ci sono cortei di vittime né manifestazioni di solidarietà e pietismo.

Ci sono invece due dirigenti della FinCantieri. I cattivi.

Qui sta la novità: mettersi nei panni del nemico per anticipare le sue mosse, interpretare le sue strategie, muoversi più veloci di lui.
Raccontarlo cioè attraverso questo spettacolo, lungo tutti i teatri d’Italia, per sbugiardare le sue falsità prima che vengano diffuse dai potenti canali mediatici di cui dispone.

Si alza il sipario e sul palco la scenografia è scarna. Sulla sinistra una scrivania e un frammento di ufficio vecchia maniera, con colori virati sul giallo e sui toni caldi. Dalla parte opposta un altro frammento di ufficio ma freddo e rigido come solo certi uffici moderni sanno essere: computer portatile, luci asettiche, colori bianchi e verdi che non scaldano.




A completare gli ambienti e a dare loro maggior corpo e definizioni sono le luci usate con sapienza magistrale, ben sincronizzate ai ritmi e alle musiche orchestrate da Matteo Curallo, che passa da composizioni originali di pianoforte, con momenti di intimità e raccoglimento, fino a ripescare musiche glaciali e alienanti, che giungono dai jingles di un videogioco o dalla colonna sonora di Terminator.

Sulla sinistra della scena domina quindi lo spirito combattuto del dirigente di vecchia scuola, interpretato da Giovanni Boni. Bravo nell’incarnare quello che dell’amianto qualcosa sapeva ma è da trent’anni che sente l’azienda negare, e negare… lui fa parte del gioco, ma ha nascosta da qualche parte una storia personale che non gli permette di essere un semplice ingranaggio. Lui è il granello di sabbia che potrebbe mandare tutto all’aria. Ma non sveliamo ai lettori se il conflitto interiore sfocerà in qualcosa di più che un incubo privato.



Di fronte a sé ha un collega che è l’ultimo arrivato: manager rampante, supertecnologico, glaciale nella sua sicurezza, meschino nei suoi tic infantili. E’ l’efficace e abile Marco Pejrolo ad interpretarlo, bravissimo in particolare nel duetto con se stesso, sdoppiato attraverso una proiezione su megaschermo, ottima trovata scenica del regista Lino Spadaro.


I due dirigenti si scontrano duramente. L’anziano ha fatto la gavetta, usa penna e inchiostro e rappresenta un certo romanticismo perduto, pur nella sua colpevolezza

L’ultimo arrivato è invece lo squalo che avanza, lo strumento spietato con il quale l’azienda intende chiudere la partita, seppellendo sia la memoria delle vittime che dei carnefici, per disfarsi anche di quei vecchi dirigenti oramai inutili, per i quali è tempo di sparire con in tasca una pensione dorata.

Al centro tra i due la dolcezza di Laura Fogagnolo, unica portavoce delle vittime in scena, che appare e scompare tra luci e buio per narrare spezzoni della poesia Polvere di Massimo Carlotto, nucleo iniziale su cui si innestano tutte le novità di questo spettacolo.


Così sottovoce parla di sua madre e di suo padre, e di sé che seguì le orme dei genitori e andò a lavorare al cantiere. Il cantiere che per tutti era un buon papà.

Lei è creatura dell’ombra, entra in scena quando i litigi vivi e vibranti tra i due vecchi dirigenti sembrano congelarsi per lasciare un piccola tregua alla memoria, che essendo sempre in pericolo esce e rientra pericolosamente dal buio dell’oblio.



La routine dei dirigenti è ricevere continue telefonate dai giornalisti a caccia di notizie, a cui oppongono la freddezza dei comunicati aziendali. Lo squalo sforna email dal suo Pc portatile e tenta di convincere il suo anziano collega che è tutta colpa degli ambientalisti se lui non può fumare una sigaretta dentro quell’ufficio, che è colpa di chi ha proibito l’amianto se le Twin Towers sono crollate sotto i colpi di Bin Laden, e che se fosse per lui l’unica regola sarebbe il profitto spudorato, che macina diritti e spazi di libertà come un tritacarne.




Gli fa eco il collega che dall’alto dell’esperienza vende invece memorie romantiche e ricordi tramandati da sempre, che vorrebbero essere nobili ma hanno tutta la debolezza dell’ipocrisia.

Tra questi contrasti si consuma un vero pugno allo stomaco, capace di dire cose nuove e in modo molto duro. Teatro di controinformazione senza rinunciare a qualche sorriso e un alone di malinconia, con momenti di vera poesia che però non perde la sua durezza, come solo Carlotto sa scrivere.


Uno spettacolo che farà certamente la sua parte nella lotta all’amianto, portando il suo carico di testimonianza, rabbia e verità per tutta la penisola.



Foto, testi e grafiche di Enrico Corona e Andrea Melis. Se volete materiale dovete semplicemente contattarci

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